Diari di Kinshasa

>>I MILLE VOLTI DEI BAMBINI DI KINSHASA
I MILLE VOLTI DEI BAMBINI DI KINSHASAdi Barbara Musciagli. Fino a qualche settimana fa in tv andava in onda uno spot pubblicitario volto a promuovere l’adozione a distanza dei bambini della Repubblica Democratica del Congo. Il piccolo schermo delle nostre case veniva rotto dagli occhioni di un bambino congolese che diceva “ vivo in un paese ricco perché povero”. Una frase assai toccante perché rappresentava in maniera sintetica e scarna la realtà della R.D.C, uno stato dell’Africa centrale dagli orizzonti e paesaggi stupendi della foresta equatoriale, del maestoso bacino del fiume Congo. Un Paese dalle grandi miniere d’oro, diamanti, coltan e rame; un Paese tanto ricco ma anche tanto povero, un Paese sottomesso ancora “schiavo” delle grandi potenze europee. Un paese dove la gente non ha sogni, non ha futuro perché i loro compagni di vita sono la povertà, la malattia, la fame. Un paese dove la parola délestage, il cui significato è “ oggi mangio domani no”, riecheggia per le strade, perché nella RDC, come in altri paesi dell’Africa, mangiare è un lusso e riuscire a mangiare ogni giorno è impossibile. Molti genitori scelgono di rinunciare alla loro porzione di cibo per far sì che i loro figli possano consumare un pasto che è sempre al di sotto del soddisfacimento dei bisogni nutrizionali di ogni essere umano. Ma la fame non è l’unica piaga di questo immenso Paese, che è sempre a metà tra il reale e l’irreale, tra il visibile e l’invisibile… usi, costumi e superstizioni popolari segnano il destino di milioni di bambini a poche ore dalla nascita; come, ad esempio, i bambini stregoni, i famosi enfant sorcier e/o Sheguè o, come dicono a Kinshasa, Ndoki, letteralmente “rifiuto”, bambini da buttare, figli del diavolo. La loro sfortuna? Nascere ammalati, albini, epilettici, deformati o semplicemente iperattivi. A volte basta che si fulmini una lampadina al momento del parto ed il neonato viene considerato figlio del diavolo. Chi ha la “fortuna” di nascere in famiglie che hanno i soldi per chiedere aiuto ad un esorcista appartenente alle numerose sette presenti in Congo viene sottoposto ad una serie di torture; bruciature, mutilazioni, ferite ecc., per scacciare il demonio. Chi invece non ha questa “fortuna” viene buttato per strada. In ogni caso, a parte la morte dovuta alle ripetute torture, il destino di questi bambini è la strada! E’ qui che si riuniscono, si radunano in bande con una organizzazione gerarchica tipo militare, di giorno vivono di elemosina, piccoli espedienti e furti, di sera si nascondo nei boschi, nelle case abbandonate e nei cimiteri. Le bambine sono costrette a prostituirsi già all’età di 4-5 anni dai ragazzi più grandi. Sono le ragazze di strada. Bambine costrette a diventare adulte troppo presto, bambine giocattolo nelle mani di adulti, bambine a cui non è permesso giocare con le bambole, bambine che in tenera età conoscono il peggio della vita. Bambine buttate per strada perché nate in una famiglia numerosa e sfamare un’altra bocca in Congo è sempre un problema. Bambine a cui almeno uno dei due genitori è morto e il nuovo compagno del genitore vivente non le accetta perché sono un problema. Bambine vittime di soprusi e violenze costrette a prostituirsi per pochi franchi congolesi, per un tozzo di pane. Ma il destino di milioni di bambini congolesi non è solo questo. Alcuni di loro sono bambini soldato, ragazzi al di sotto dei 18 anni affiliati a gruppi militari governativi e non a gruppi politici armati. I bambini soldato vengono educati alla morte alla distruzione, nella loro testa c’è solo il desiderio di uccidere per sopravvivere, vengono utilizzati per posizionare mine ed esplosivi di cui spesso restano vittime, essere utilizzati come esche, spiare, essere utilizzati come schiavi sessuali, bambini il cui primo giocattolo è stato un fucile, una pistola una mina. ( da Giornale di Puglia)
15/04/2012

>>VALIGIE CHIUSE!
VALIGIE CHIUSE!Valigie chiuse. Valigie pronte, si parte. Le ho controllate 1000 volte, non manca niente. Sono strapiene. So già che, al mio ritorno molte cose non saranno state mai usate. Che fa? Sempre, quando si parte, veniamo presi dall’ansia da una strana eccitazione mista ad inquietudine. Pregusto già il mio ritorno, i racconti che dovrò fare, le immagini che dovrò memorizzare. Africa, ecco il mio primo viaggio intercontinentale! Ho sognato l’Africa tante volte, vedendo i documentari su leoni e zebre. L’Africa bellissima e misteriosa. Quante volte ho pensato come sarebbe stato bello vivere lì. Le valigie sono chiuse e rischiano di scoppiare. Manca poco alla partenza, solo alcuni minuti. Ci siamo. Sistemo i bagagli, spengo la luce, mi siedo sul divano, chiudo gli occhi e…continuo il mio viaggio con la mente, con le valige piene di immagini del mondo che vedrò e di quello che ho vissuto. Diamine quanto è grande l’aereo. Ho la mente in subbuglio. I pensieri si affollano senza avere un senso, la mente accarezza mille emozioni. Io, che vado in Africa! mi scappa un sorriso. E poi, vado a prendere mia figlia, un tuffo al cuore. Non so se mi sono assopita o se semplicemente ho continuato a fantasticare con la mente... Atterro. Che caldo! Strano ma non riusciamo mai ad immaginare il caldo quando è autunno, e la vista dell’acqua ci fa venire un brivido lungo la schiena. Fa caldissimo, tanto che mi sento mancare. È il 20 novembre. Il mio viaggio nello spazio è divenuto un viaggio nel tempo. Precipito in un mondo mai descritto realmente, mai filmato, mai testimoniato; un mondo non razionale, fatto di strade caotiche e sporche, di respiro faticoso nell’aria umida e polverosa. Proseguo. Mi offende la violenza di quel mondo, violenza che in quel mondo è quotidiano. Mi manca un giubbino e le scarpe sono fuori moda – vengo da un mondo in cui conta sapersi vestire, ma viaggio in un mondo senza né acqua né pane. Conosci il proverbio: ogni giorno una gazzella si sveglia e sa di dover correre per non essere uccisa; c’è di più: ogni giorno un bimbo figlio della stessa terra si sveglia ed affronta la strada, per una guerra che non ha dichiarato; per non morire. Kinshasa è una città devastata senza leoni né zebre, violentata e violenta. E mentre cammino per quelle strade, percorro un tragitto che porta dentro di me. E mi vergogno e ho paura. E faccio istintivi paragoni, fra qui e là, fra Kinshasa e la Puglia, l’Italia, l’Occidente. Qui e là. Domani bisogna uscire e fare la spesa. Il figlio piange e cade in crisi se non ha lo scooter. Quel bimbo davvero piccino scava nel cumulo di spazzatura, ha fame. Viaggio tra piante e fiori stupendi, in un verde incredibile, in mezzo a musica e colore. E mentre avanzo, pian piano, svuoto le valige della coscienza, mi inoltro in luoghi mai visitati prima. Viaggio, ma non mi sento affatto migliore; ma il dolore mi ferisce e si fa più profondo, più vero; e mi chiedo perché ci siamo convinti che la nostra sofferenza sarebbe così speciale, perché l’unico pianto da consolare sarebbe il nostro. Attraverso gli slum che qualcuno ha chiamato città, per convenzione e ignoranza. La piazza degli artisti mi rapisce tra baracche e quadri, monili, maschere… mi incanto. Vorrei comprare tutto, portare via con me l’incanto di quel luogo, così pieno di turisti pronti a farsi imbrogliare felici. Mentre la mente vola, ecco dei bimbi che provano a rubarmi la borsa: sono sporchi, smagriti, con occhi così scuri e luminosi, così grandi che rischieresti di affogarci dentro. Non ho più paura, ma infinita pietà. Vorrei abbracciarli, coccolarli. Qualcuno li scaccia e loro, come passeri improvvisamente ritrovatisi in uno specchio d’acqua, ora volano via. Continuo a camminare – forse a sognare – tra bimbi puliti che avranno un anno o poco più, vegliati e vezzeggiati, cuccioli protetti e accuditi con amore; ora viaggio – forse desta – tra scriccioli della stessa età, capaci però di correre, di frugare e di sopravvivere in questa città caotica che non vede, cieca di fame e di dolore, e mi sento impotente. In questo mio stranissimo viaggio due mondi si scambiano continuamente, si mescolano ambiguamente, fra sogno e realtà. Anche lì c’è un padre e il suo piccolo, miserelli, che l’ipocrisia appagata talvolta salva con un euro – sai come si dice: e lavi la coscienza. Eppure lì si è capaci di coccolare i figli, di proteggere e viziare; qui c’è un padre, violento affamato che non vede i suoi figli, non protegge ma sa danzare e vincere in guerra. Viaggio. E mi accorgo che anche io fra i due mondi, adesso ho alla mano la mia piccola. Come è bella la mia bimba quando ride. Ha messo le mutandine che prima nemmeno conosceva, senza perdere l’innocenza. Ride e ci fa ridere senza un perché. Alza il vestitino leggero e pulito, mostra con candore la biancheria. Peccato non far vedere quel dono, non sa a che serve ma ne è felice. Corre col vestitino alzato e fa smorfie e chiacchiera nella lingua della sua terra. I proseguo con lei il mio viaggio. E so che non è un sogno. Nella strada dell’inferno senza legge né cuore, tra bimbi già vecchi ed infelici, ed io infelice con loro, viaggio e vorrei tornare, forse sfuggire a quella terra senza sogni e speranze. Anzi, no. Voglio tornare, non più fuggire. Avere il coraggio della memoria e lottare. E allora si torna. Il torpore è finito. Accendo la luce e guardo le tante valige non aperte, le più belle, le più nuove, quelle dei buoni propositi, dei sogni, delle favole in cui il principe sposa la povera e bella. Il mio viaggio nel cuore per ora è concluso. Ripongo i ricordi e le mie fantasie, come si ripongono i libri in uno scaffale. Lascio chiuse le valigie per quel giorno pieno di coraggio in cui si apriranno. DI ELENA DE GIRONIMO ( vicepresidente)
04/03/2012

>>TANTI PEZZI D'AFRICA ( da www.giornaledipuglia.c
TANTI PEZZI D Ogni volta che mi fermo a pensare, nella mia testa, si affollano tanti volti, tanti nomi, tanti luoghi... “TANTI” è la quantità di cose, emozioni, ricordi e persone che mi ha regalato l'Africa. Ogni volta che preparo i bagagli per andare a Kin, le mie valigie sono pesantissime, piene di tutto ciò che può servire ai bambini: dai vestitini, alle medicine, alle pappine agli omogenizzati, alle caramelle ecc.; al ritorno, seppur leggeri, i miei bagagli sono stracolmi e ricchi di una moltitudine di emozioni e ricordi che l'Africa continua a regalarmi e che non restano confinati ad uno o più album di foto e souvenirs congolesi che hanno reso la mia casetta italiana un'appendice del Congo. “TANTI” è il volto, il suono della voce del mio migliore amico congolese. Siamo nati lo stesso giorno e lo stesso mese, una storia familiare simile, la nostra naturale intesa... il ridere e lo scherzare, le notti in bianco tra caldo e zanzare, ma quanta fatica, quanto impegno, quanta parte di noi abbiamo dovuto mettere in gioco per riuscire a superare i nostri modi di essere e vivere totalmente opposti, intrecciare le nostre culture, senza che nessuno di noi si senta violato ed arricchirsi a vicenda. TANTI” è “mon ami méchant” (il mio amico antipatico), quante volte sono dovuta ritornare a Kinshasa prima di riuscire ad incrociare i miei occhi con i suoi, avere un suo sorriso, un suo abbraccio, semplicemente parlare con lui. Una persona sempre indaffarata, con lo sguardo rivolto altrove. Ero veramente convinta che fosse una persona antipatica, superba, con cui non sarei mai riuscita ad andare d'accordo... poi, un saluto “invadente” ed un po' di francese hanno abbattuto il muro tra me e lui e con piacevole stupore ho conosciuto una persona sensibile e disponibile. TANTI” sono gli occhi del ragazzo tutto fare, del guardiano notturno della missione e del grande Papa Jean, una persona con il sorriso e dagli occhi lucenti, nonostante tutti i problemi legati alla povertà. Sempre pronto a “coccolarmi”, a non farmi mancare niente, a svegliarmi la mattina con l'aroma del caffè ogni volta che c'è la corrente, addolcire il triste momento della mia partenza con un dolce congolese; è Kintambo, gli studenti, i professori, il giorno della festa, la Primus, le suore, gli alberi, le lucertole dalla testa rossa, la pioggia impetuosa, il caldo, il traffico... “TANTI” è Mpasa, il quartiere dove sorge Mama Elena, le sue strade sterrate, la 4x4 insabbiata, la paura di andare a finire con l'auto su qualche bancarella; è la voce dei bambini del villaggio Santa Lucia che al mio arrivo intonano un ritornello: “Mundele, Mundele...”; è il volto di Mansur e della sua famiglia, gli occhi spenti di Papa Pio, una persona consumata dalla vita e dalla povertà. “TANTI” è il mio piccolo “Simba Ngai”, un bambino denutrito di 4 anni che ho conosciuto al villaggio, il suo sguardo triste, il suo non sapersi difendere... un bambino che ogni volta che vado spero di poter rivedere perchè sono consapevole del fatto che in Congo la miseria ti toglie la vita. “TANTI” è la voce della piccola Celine, i suoi occhi vispi, l'acconciatura africana; è la bambina del villaggio che ogni volta che mi vede mi chiama con la sua dolce vocina “Mundele, Mundele... bon bon” (in lingala “bianca le caramelle”) è la bambina che mi invita ad andare a casa sua; sono gli occhi ed il sorriso di Michel, un bambino di 5 anni che impazzisce per le foto ed i video: non esiste alcuna fotografia in cui non ci sia lui con “il triste sorriso appoggiato sui denti” ( In Africa di Memo Remigi). “TANTI” è' il guardiano della Parrocchia di St. Eloi che, ancor prima del sorgere del sole, sveglia tre dei suoi figli e sistema un giaciglio di cartoni vicino alla fogna per farli chiedere l'elemosina. Una scenetta perfetta che mi ha commosso e che ogni mattina mi fa andare a portare qualcosa da mangiare a quei tre ragazzi. “TANTI” è la maestosità del fiume Congo, il mercato, la gente per strada intenta a far qualcosa... cosa non sono ancora riuscita a capirlo; sono le donne che vanno a prendere l'acqua dal fiume, e' il suono del ragazzo che vende il pane, l'acqua o tanti disparati oggetti: a Kinshasa tutto ha un “suo suono”. “TANTI” è lo sguardo cattivo ed impenetrabile della “Police”, i manganelli e i mitra, è la paura che ho provato la prima volta che ho messo piede a Kinshasa, la stessa paura che ho provato quando alcuni ragazzi di strada hanno tentato di rapinare me e Raffaele. "TANTI” è il ragazzo che all'angolo della missione vende schede telefoniche e cambia i dollari in franchi congolesi ed aspetta con ansia il mio arrivo dall'Italia perchè per lui sono un modo per guadagnare. “TANTI” sono le strade sporche della città, lo smog soffocante, ma è anche il piacevole venticello che ti accarezza sulla collina dove sorge il Museo Nazionale, lo splendido orizzonte con Brazzaville (capitale della Repubblica del Congo) sulla sinistra e Kinshasa (capitale della Repubblica Democratica del Congo) sulla destra divise da una sottile striscia d'acqua. “TANTI” è il sapore della coca cola che, chissà perchè, a Kin è più buona; è alzarsi la mattina e sapere che il tempo può scorrere così lento che puoi trascorrere un'intera giornata senza far niente; è il suono delle campane, la messa mattutina, la musica dei ragazzi dell'Ista (Istituto superiore tecnica applicata), le caldi notti trascorse a chiacchierare e a bere una Primus, mentre le lucciole spuntano qua e la fra i fili d'erba con i loro flash di luce... “TANTI” è il gallo che canta ogni mattina, le galline e i pulcini che raspano il terreno, uno vicino all'altro, uno dietro l'altro... immagini di fantasia ma che in Africa diventano reali. “TANTI” è il mercatino degli artisti, con tutti i colori, le maschere i suoni e gli oggetti congolesi... si viene letteralmente ipnotizzati. “TANTI” è il momento del pranzo o della cena... un momento di pura e reale condivisone in cui si ride per le cose semplici, un momento in cui riesci ad essere contento anche quando ogni sera, puntualmente, manca la luce e non riesci a vedere nè dove sta il piatto nè cosa ci sia nel piatto, e mentre gli amici congolesi hanno già iniziato a cenare, io e Valeria, Mwana Mundele (donne bianche), provenienti dall'Europa, ci industriamo con la luce fioca dei nostri cellulari attempati per tentare di vedere cosa c'è da mangiare, senza renderci conto che il cellulare e solo un impiccio perchè la sua luce è così debole che non serve. “TANTI” è la moltitudine di zanzare che ti accompagna giorno e notte; è alzarsi la mattina presto e farsi la doccia con l'acqua fredda, è lo stupore nello scoprire che l'acqua che scorre dalla doccia è nera, come nero è il colore prevalente a Kinshasa. “TANTI” è dedicare un solo giorno a fare una piccola gita per conoscere i posti belli del paese e trovare un taxi con il lunotto anteriore lesionato, i sedili con le molle di fuori e la ruota forata; è cambiare auto per arrivare a Lukaya e dover spingere la macchina per metterla in moto e dopo un pò doversi fermare perchè esce fumo dal motore. “TANTI” è dover rinegoziare costantemente con me stessa il confine tra la mia cultura e la cultura congolese; è il dover rendermi conto che non tutto ciò che vedo corrisponde alla mia costruzione sociale della realtà tipicamente europea e a volte troppo beghina. “TANTI” è rendersi conto che tutto questo, per quanto strano, per quanto scomodo e non appartenente alla mia cultura, mi è entrato dentro e non riesco a farne a meno. di Barbara Musciagli ( socia fondatrice)
07/02/2012

>>Mal D'Africa di Francesco
Mal D Esiste una sindrome che si chiama mal d'Africa; i miei 14 giorni di permanenza a Kinshasa sono stati memorabili...vedevo alcune famiglie stanche, giustamente provate dallo scarso confort, dalla difficoltà di movimento per strada, dalla difficoltà ad esprimersi, dalla scarsa sicurezza...le comprendevo ma dentro di me volevo rimanere ancora un pò con la famiglia, perché sapevo che quella era la Madre-Terra di mio figlio e di tutti noi. Perché in Africa - se ci metti i piedi - dopo un pò affiorano dei sintomi inequivocabili: il desiderio di volerci ritornare.Come ha scritto qualcuno:la terra è rossa, l'erba è verde, la luce è intensa, il cielo azzurrissimo è più vicino alla terra di quanto non sia in altre latitudini. Per la comprensione del MAL d'AFRICA suggerisco il libro di Riszard Kapuscinski "Ebano", un capolavoro. Francesco di Coste
04/02/2012

>>Una proposta ...."indecente" :)
Una proposta ...."indecente" :)Quando Elena e Raffaele qualche anno fa, mi hanno chiesto di far parte dell’ANAC ho subito risposto di si perché pensavo fosse lodevole il loro impegno per l’Africa e perché pensavo che fosse una di quelle associazioni “fantasma” che non richiedono impegno ma… così non è stato! Oggi la chiamo FORTUNA perché sono stata fortunata ad incrociare la mia strada con la loro per ben due volte. La prima volta sono stata io che ho dato a loro, sono infatti riusciti a “rubarmi” una firma e pochi euro per la costituzione dell’associazione, la seconda volta sono stati loro a dare a me: mi hanno regalato l’AMORE per l’Africa, la loro amicizia e la loro famiglia. Fine aprile 2010, arrivano nel mio ufficio, Elena mi dice dobbiamo farti una proposta indecente! Parti in Africa al mio posto. La mia bocca si è mossa da sola e non so per quale motivo ho detto SI! Io che odio viaggiare, io che la sera voglio dormire nel mio letto, io che sono abituata alle comodità. Da quel SI, è iniziato il conto alla rovescia, in appena un mese ho dovuto fare il passaporto e tutte le vaccinazioni. Io e Raffaele abbiamo rischiato di non partire perché il mio passaporto non arrivava.. ma alla fine siamo riusciti a prendere l’aereo per Kinshasa,bagagli pesantissimi, un viaggio interminabile e la puzza dell’ethiopian Airlines, una puzza che ho portato con me per diversi giorni dopo il mio rientro in Italia. Il 20 giugno 2010 rientro in italia con le valigie vuote ed IL MIO MAL D’AFRICA …… solo dopo un lungo periodo di “riadattamento” alla vita civile mi rendo conto che a Kinshasa non ho lasciato solo cibo, medicine e vestiti ma anche testa, pancia e cuore. …. Barbara Musciagli (socia fondatrice)
05/01/2012

>>Presidente Anac:
Presidente Anac:Il 18 febbraio 2008 cinque dei nostri collaboratori della sede di Chieti partono per il Congo per portare viveri, indumenti, medicinali per la nostra casa d’accoglienza “Mama Elena”. Era mio desiderio consentire loro questa esperienza meravigliosa per poter trasmettere agli altri, al loro ritorno, la straordinaria emozione di vivere a contatto con i nostri bambini, con chi gli sta vicino, con chi ogni giorno, ogni minuto si adopera per migliorare la loro condizione di vita, che hanno avuto la sola sfortuna di nascere in un paese dilaniato dalla guerra, dalle malattia e dalla fame. Sono convinto che solo se ognuno di noi vive questa esperienza riesce a comprendere la vera emergenza che affligge questo popolo. Vi riporto di seguito le testimonianze della loro esperienza così come l’hanno vissuta… Presidente ANAC
05/01/2012

>>Elena:
Elena:Dopo lunghe discussioni, analizzando sempre i pro e i contro e - senza negarlo - l'estrema insistenza dei nostri collaboratori e dirigenti abruzzesi, si è deciso il viaggio in Congo. Ritengo che a chiunque venga dato l'onere di dirigere una sede, dato il compito di avvicinare gli animi al problema africano, ha un solo modo per farlo: andare in Africa. Le parole che si usano per descrivere la fame, la miseria che attanagliano questo popolo sono sempre le stesse, ma la diversità è nell'enfasi e nella convinzione che ognuno di noi per vera esperienza mette nelle parole. In fondo se notiamo le lettere dell'alfabeto si contano con poche mani eppure riescono a narrare cose straordinarie e cose tremende. Ciò a dimostrare che non con parole ma con fatti possiamo cambiare la realtà. Grazie Lina, Emiliano, Annamaria, Stella, Davide, grazie a tutti voi che con fatti avete donato parte della vostra vita e del vostro cuore alla causa comune. Oggi con certezza so che nessuno di voi saprà dimenticare e rinunciare alla promessa d'amore fatta, che da anni mi coinvolge. Vice Presidentessa ANAC "
03/01/2012

>>Lina:
“é vero, siamo partiti carichi. Carichi di borsoni ad uno ad uno pesati per non rischiare di perdere un solo grammo del quantitativo che ci era stato permesso di imbarcare. Carichi d’amore, di energie e di voglia di fare…ma il carico del ritorno è stato di gran lunga maggiore: nonostante i trecentocinquanta chili in meno e le “tasche vuote”, il fardello che ciascuno di noi si stava riportando nel cuore era enorme. Stavamo riportando con noi una responsabilità: la promessa di vita fatta a quei piccoli; il nostro progetto più grande: regalare loro un sorriso. Non perché prima del viaggio il senso di responsabilità non ci fosse. Ma non li avevamo ancora guardati negli occhi se non che nelle foto, non li avevamo visti piangere e sorridere, non ci avevano abbracciato e non li avevamo accarezzati; non avevamo nelle narici gli odori; non avevamo nelle orecchie le loro voci e negli occhi la loro tristezza…ora è diverso. Ora c’è Valerio che mi corre incontro e che mi salta in braccio gridando “Lina!”…o che si diverte a pizzicare il naso di Davide, conzonandolo in linkala…ora ci sono Jannette e Louise che con i loro sorrisi hanno divorato il cuore di Emiliano e di Stella e che, con i loro gridolini allegri e la loro voglia di coccole sembrano uccellini festosi per una primavera ritrovata…c’è, Jean Bernard, che con la sua timidezza e la sua aria da ometto ha rapito Annamaria…e poi…poi, ci sono loro… Gli altri, tanti, troppi uccellini che ancora attendono di riscattare una briciola della loro infanzia negata…neppure le lacrime sono rimaste…persino i neonati non piangono…inutile sprecare le poche energie sopravvissute alla fame, quando già sanno che non ci saranno braccia a prenderli per consolarli, per curarli e per amarli”.
03/01/2012

>>Emiliano:
“è stata davvero un’esperienza bellissima e straziante al tempo stesso. Un’esperienza di vita. Vissuta…e che ci ha toccato l’anima… Le informazioni che ci arrivano da tv, giornali, libri, documentari, o persino il racconto di chi un’esperienza l’ha vissuta in prima persona, è qualcosa che, più o meno, in tanti pensiamo di conoscere… No. Non sappiamo niente. Non è la stessa cosa. Solo ora, so che posso dire di sapere. E non è ancora abbastanza. Perché vivere un’esperienza e ascoltare il racconto di chi l’ha vissuta, sono due cose di gran lunga diversa…le emozioni, la condivisione, la gente…è difficile raccontare… La fase dei preparativi, il “corri, corri” per avere vestitini e scarpe, medicinali, integratori, latte in polvere e omogeneizzati, pastina e legumi, biberon, pomatine, detergenti, spazzolini, dentifrici, e ancora…quaderni, astucci, colori, radio, scanner e, perché no, anche giochino e palloncini per i più piccini…hanno riempito i nostri borsoni fino quasi a farli scoppiare… Portare tutto a destinazione ci sembrava qualcosa di veramente grande. L’insistenza e la determinazione ci hanno permesso che tutto si svolgesse come ci eravamo prefissati prima di partire…poi però, ci siamo accorti che i nostri sforzi sono stati soltanto una goccia nel mare…e siamo stati male perché la sensazione che tutto quel nostro fare fosse ancora così poco, ci ha massacrato il cuore… Però qualcuno lì, ci ha ricordato che il mare è fatto proprio di tante gocce…e così, anche noi, seppure con poco, a quei bambini abbiamo regalato un sorriso. Bambini bellissimi, ai quali un triste destino, con la complicità dell’uomo, nega anche i più elementari diritti. Bambini che hanno davvero bisogno di tutto, ma che anche una carezza sorprende in maniera inaspettata e li riempie di gioia facendo loro dimenticare, anche solo per un attimo, la fame, la sporcizia, la malattia, la paura… Un popolo “forte” e così “abituato” alla sofferenza da non potersi concedere neppure il “lusso” di regalare gesti d’affetto ai propri figli, ai quali già dai primi mesi, la vita chiede di “imparare” a soffrire, ma non per questo a non avere fede o a non sperare, anzi, è la fede ciò che li aiuta a vivere……pensiamo di essere migliori?non è così”. Socio ANAC
03/01/2012

>>Lina:
Lina:“dopo aver vissuto un’ esperienza estremamente intensa, non è mai facile trovare le “parole giuste” per raccontarla e per raccontarsi. Tornando dal Congo, le parole giuste diventano praticamente inesistenti. Un viaggio atteso a lungo e infinitamente desiderato: una esperienza di condivisione che ha coinvolto la mente e il cuore e che ha richiesto un notevole impegno organizzativo e anche fisico, che ci ha “fatto fare i conti” con le nostre paure –facendocele superare-, e con le nostre sicurezze –facendocele crollare-. Una settimana soltanto. Purtroppo. Una settimana nella quale la nostra vita si è intrecciata con quella di un popolo gentile che ci ha accolti, bianchi fra neri, uomini fra uomini, e ci ha aperto con fierezza e dignità le porte delle sue case umilissime case, superando il sospetto come, invece, molte volte noi qui non siamo capaci di fare. Come catapultati in una realtà totalmente diversa dalla nostra, ci siamo ritrovati a dare una nuova dimensione alla nostra vita, a riconsiderare tutto con occhi diversi, a mettere in discussione tutte quelle che pèer noi erano le nostre “normalità”:il concetto del tempo, le abitudini, la fede, la capacità di sperare, l’ educazione, la gestualità e persino la quasi eccessiva bianchezza della nostra pelle! Noi che nelle nostre case non diamo più valore a un gesto cosi semplice come bere un bicchiere d’ acqua, davanti a un popolo che quotidianamente fa i conti con la fame, la fatica del vivere, l’ instabilità politica e militare, le malattie e la costosa precarietà sanitaria, ci siamo sentiti quasi “fuori luogo” con i nostri spray antizanzara o con le nostre bottiglie di acqua minerale –pur essendo il loro utilizzo- finalizzato a tutelarci dalla malaria e da altri rischi sanitari. La grazia, l’ educazione e l’ eleganza che neppure la miseria più assoluta è riuscita a imbruttire; la dignità e la speranza di un popolo in continuo movimento, ci hanno regalato una profonda lezione di vita. Le mani tese e quegli occhi grandi e terribilmente tristi di tanti faccini così poco avvezza alle coccole e alle attenzioni, ci ha letteralmente “sgangherato” il cuore. Direttrice Sede Chieti
03/01/2012

>>..pensieri...
..... quel caldo strano... i vestiti sembrano sciogliersi, quell'odore acre per strada... e ancora i fuochi, i suoni, quegli attimi in cui il tempo sembra fermarsi, i loro sguardi, quella piccola sensazione di paura quando sono per strada, il sapore della Primus, il cinguettio degli uccelli, le grosse lucertole dalla testa rossa, le loro parole..... condividere l'esperienza Kinois con gli amici che come me sono stati in Congo, vedere nei loro occhi quella luce che appare ogni volta che parliamo dell'Africa ha rispolverato emozioni africane che con fatica metto da parte per poter vivere in Europa nell'attesa di ritornare nella mia Kin.
29/12/2011

>>mal d'africa
mal dParlare dell'Africa significa entrare in contatto con se stessi, con le proprie emozioni, mettersi a nudo di fronte agli altri, perchè l'Africa è qualcosa che ti entra dentro e ti cambia. Quante volte, prima di intraprendere questa bellissima esperienza, ho sentito parlare di “mal d'Africa”; inutile dire che non solo non ci credevo ma non potevo neanche capire cosa fosse. Ricordo la sensazione che ho provato durante il mio primo viaggio in Africa: l'amore per la mia terra unito alla curiosità e alla paura di un continente per me sconosciuto, quella voglia irrefrenabile di tornare nella mia casa appena ho messo piede ad Addis Ababa e successivamente a Kinshasa, quel conto alla rovescia di giorni e ore che mi separavano dal mio rientro in Italia, e poi il tanto atteso volo verso il Belpaese... Mentre l'aereo decolla mi sento stringere lo stomaco, una strana sensazione di nostalgia; e nella testa l'immagine di Kinshasa, lo sguardo delle persone che ho conosciuto ed il cielo, si quel cielo notturno africano così vicino a me che ho la sensazione di toccarlo; l'immagine limpida delle stelle e della luna. Eppure Kinshasa non ha niente a che fare con quei paesaggi bellissimi che si vedono in televisione: solo baracche, terra e aria nera... Ma per le successive 24 ore di viaggio continuo ad avere in mente immagini nitide dei fuochi notturni, delle lucciole, delle serate trascorse all'aperto, tra caldo e zanzare. Non mi rendo subito conto che tutto questo mi manca. Torno in Italia, nella mia casa, tutto ciò che è sempre stato mio che ha costituito la cornice della mia vita mi sembra vuoto, lontano, superfluo e freddo. E' strano per me poter lavare i denti con l'acqua corrente, farmi una doccia calda e avere la corrente elettrica, ci metto un bel pò di giorni prima di riabituarmi alla vita europea, piena di comodità e agi. Passano i giorni e la mia testa è sempre a Kinshasa, la voglia di ritornarci è sempre più forte, così senza pensarci due volte, senza conoscere una parola di francese, inglese o lingala, ma solo con quella strana forza che ti dà l'amore e non ti fa rendere conto dei pericoli, a distanza di sette mesi ritorno in Africa. Questa volta sono sola (il secondo viaggio in Congo della nostra Barbara, ndr), non c'è Raffaele (il presidente dell'ANAC) ad accompagnarmi: questo mi permette di immergermi totalmente nella vita congolese, 20 giorni indimenticabili, tra piogge torrenziali e il caldo asfittico! Quel caldo strano che però fa da cornice alla mia seconda bellissima esperienza di vita congolese. La gente soffre la fame, la sete, prova dolore, non ha la luce elettrica, l'acqua corrente, muore ancora per colpa di una zanzara; vive in situazioni che vanno ben oltre la povertà, ma sorridono sempre e nei loro occhi c'è sempre quella luce strana che ti regala serenità e speranza. A Kinshasa ho incontrato la “miseria“, quella vera, quella brutta, quella che ti toglie ogni forma di dignità e ti fa morire in mezzo alla strada nell'indifferenza totale. La “miseria”, una condizione di vita che noi europei non possiamo neanche lontanamente immaginare perchè troppo lontano da noi, dal nostro tenore di vita, dalla nostra costruzione sociale della realtà. Purtroppo, i giorni volano via, mi ritrovo nuovamente sull'aereo che mi riporta in Italia in men che non si dica, ma questa volta il distacco da Kin è “doloroso”, non voluto. Inizio ad essere agitata diversi giorni prima della partenza, somatizzo tutto: mal di testa, mal di pancia, colite. Una cosa è certa: non voglio tornare in Italia! Così, quando alcune ore prima della partenza, ricevo i primi saluti, i miei occhi si riempiono di lacrime. Il pianto non è servito a farmi stare meglio; salgo sull'aereo che mi riporta a casa con un peso enorme sullo stomaco: nella testa ci sono gli occhi dei bambini del villaggio, le giornate trascorse con le suore a Kintambo, i loro canti, le loro preghiere, quelle ore infinite senza corrente, la calorosa accoglienza dei ragazzi dell'ISTA, la messa mattutina, il viso di tutta la gente che ho avuto la fortuna di conoscere, quella pace e quella serenità che da noi non esisterà mai. Il rientro in Italia è stato a dir poco traumatico: mi sento un'estranea, tutto ciò che c'è intorno non mi appartiene e soprattutto non ha niente a che fare con l'Africa. Mi sveglio la mattina per andare a lavorare, ma intorno a me vedo un paesaggio freddo... artificiale, case perfette, negozi, strade asfaltate, segnali stradali, tutto è pulito, tutto è artefatto. Non riesco ad adattarmi perchè tutto quello che ho in Italia è troppo lontano dalla “Mia Africa”. Non passano nemmeno 24 ore che già sono su internet intenta a trovare un volo in offerta per Kinshasa. Dopo appena un mese, chiamo il Presidente dell'ANAC chiedendogli di mandarmi nuovamente in Africa: mi risponde che sono pazza! E' infatti passato troppo poco tempo, sono ancora nel pieno della profilassi antimalarica. A luglio 2011 ricevo la telefonata più bella della mia vita! E' Raffaele (il Presidente dell'ANAC, ndr) che mi chiede “vuoi partire”? I miei occhi diventano lucidi, il cuore va a mille e ho le farfalle allo stomaco, la mia bocca pronuncia 'SI' prima ancora che il mio cervello abbia elaborato la frase. Sono emozionatissima! Telefonate, mail, in pochi secondi organizzo il mio viaggio, faccio il conto alla rovescia, finalmente arriva il giorno della partenza 30 luglio 2011. Questa volta viaggio di giorno, quasi 24 ore di viaggio che volano in un secondo e finalmente sono nella mia amata Kinshasa, pronta a vivere una nuova bellissima esperienza. Anche questa volta l'Africa mi ha regalato tanto, nuovi amici, la loro bontà d'animo, nuovi momenti di condivisione, quelle cene al buio indimenticabili, non per il cibo ma per la difficoltà a vedere cosa ci fosse nel piatto, la vita a Mt Ngafula, modi diversi di pensare e vivere. In Africa ti accorgi che le stagioni non significano niente e che quella pioggia così impetuosa è una presenza importante e positiva; il tempo scorre così lento che ti permette di entrare in contatto con te stesso, di guardarti dentro e imparare. Puoi dedicare parte del tuo tempo alle relazioni umane che qui in Europa abbiamo quasi dimenticato a causa della fretta, dello stress e della frenesia quotidiana. Riscoprire la bellezza dello stare insieme, della condivisone. In Africa il cielo non ti sovrasta, ti attraversa, l'aria non si respira, si assapora, il tempo scorre, non corre, la gente non t’incrocia, ti saluta. Tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita. Il mal d’Africa è qualcosa che senti nella testa, nella pancia e nel cuore. E' quel male che ti fa imparare a perdere tempo dietro una grossa lucertola dalla testa gialla o rossa, è osservare la gente intenta ad accendere il fuoco, a spazzare la sabbia nera, è il cinguettio della moltitudine di uccelli congolesi che ti svegliano prima ancora del sorgere del sole, è emozionarsi davanti a un tramonto, è imparare a non innervosirsi... Il mal d'Africa è quello strano e stupendo senso di malessere, difficile da spiegare a chi non ha avuto la fortuna di “incontrare l'Africa” nel suo cammino. E' una malattia senza guarigione. E' una cosa difficile da spiegare ai "non malati". Barbara Musciagli
28/12/2011

>>Ngai Kin ( la mia Kin)
Ngai Kin ( la mia Kin)Eccomi qui!... nuovamente impegnata a descrivere “un’emozione”... Per me è sempre difficile raccontare e parlare di ciò che ormai definisco “ la mia Africa!” E' il 22 gennaio 2011, ore 07:30 arrivo all'aeroporto di Kinshasa, esco dall'aereo: il mix tra caldo e aria umida mi da una strana sensazione.. mi manca quasi l'aria.... i vestiti che indosso sembrano sciogliersi...il mio cuore batte a 1000 perchè finalmente sono nella “mia Kin” e nuovamente posso vivere i suoi odori e colori! Padre Macaire mi attende nella sala d'attesa, anche se sono stanca, subito decidiamo di andare all'orfanotrofio “Mama Elena”, poco distante dall'aeroporto. Sono contentissima perchè finalmente posso rivedere i bambini e avrei rivisto “ il nostro piccolo Simba Ngai”. Durante il tragitto, Padre Macaire mi prepara a una possibile triste realtà!....... Forse non avrei mai più rivisto Il piccolo “Simba”. Nella RDC non è raro che i bambini vengano abbandonati per strada o che muoiano di fame o malattia o vengano utilizzati come mine per trovare oro e diamanti. Per strada si incontra di tutto: bambini malvestiti che giocano nella terra, fiumi lenti di persone senza una meta, animali, bancarelle e come al solito un traffico indescrivibile di auto, ragazzi che tentano di vendere bustine di “Mayi” (acqua) e che per attirare l'attenzione emettono uno strano suono. Persone che pur di avere un passaggio si aggrappano alla maniglia esterna dei camioncini, persone sui tettucci, nessun segnale stradale, niente strade..solo sabbia nera e tante tante persone senza una meta, senza una motivazione. E' l'anarchia totale!! Ma per noi bianchi la vita a Kinshasa è difficile! Per loro siamo solo dei “MINDELE” cioè dei “sporchi bianchi” pieni di soldi. I kinios sono convinti che è colpa nostra se per loro la vita è così difficile. Questo pensiero alimenta la loro rabbia e noi “mindele” siamo spesso vittime di furti ed episodi di violenza. La vita di un bianco a Kinshasa è una vita sotto scorta. Nei 20 giorni a Kinshasa non sono mai lasciata sola, ogni volta che usciamo prendiamo la macchina e subito sicura centralizzata e finestrini chiusi. Kinshasa è un paradosso.... è il contrasto tra la ricchezza estrema e la povertà assoluta che a un certo punto si trasforma in miseria. Quella miseria che ti priva anche della dignità di essere umano e che ti fa morire sulla strada nell'indifferenza totale. Ma è anche un contrasto di emozioni sempre forti e sempre vive!! È lo sguardo triste di un bambino ed è lo sguardo “felice”dello stesso bambino perchè l'ho accarezzato, gli ho fatto una foto o regalato qualche caramella. E' la bontà d'animo della gente che ha imparato a conoscermi e che “mi considera una di famiglia”. Kinshasa è il legame forte e inspiegabile che si crea con la gente. E' la “gioia”della gente quando si accorge che non sono lì per “imporre l'Europa” ma che sono li perchè voglio conoscere ed imparare la loro cultura. Così treccine, qualche piatto di fou-fou, pondù e ngai-ngai (piatti tipici) insieme a qualche parola di lingala (lingua locale) sono stati gli ingredienti di una pozione magica che mi hanno regalato i loro sorrisi, la loro amicizia, un'altra casa e una grande famiglia!! Kinshasa è quel tempo “Malembe” (lento) che ti fa vivere in un’altra dimensione e ti propone un’altra ottica di vita, quasi magica, all'interno della quale, come afferma l'antropologo De Boeck “l'invisibile che è sempre stato presente in Congo, annulla il visibile”. Kinshasa è la presenza o assenza della pioggia, della corrente elettrica che sembrano quasi dominare e regolare la vita dell'uomo.....Così giorno dopo giorno ho imparato ad apprezzare i momenti in cui il caldo fa da padrone ed i momenti in cui ti trovi a dover fare i conti con una pioggia torrenziale mai vista... A Kinshasa anche la pioggia prende vita! Kinshasa è il cinguettio mattutino di una moltitudine di uccellini che augurano il buongiorno, E' l'immagine bellissima del fiume Congo! E' il cielo che di notte prende vita per augurarmi la buona notte. Kinshasa è anche le zanzare di cui adesso sento la mancanza!! FEBBRAIO 2011 Barbara Musciagli
28/12/2011

>>KITOKO YA AFRICA NA MPOSA YA AFRICA ( sapore e vog
KITOKO YA AFRICA NA MPOSA YA AFRICA ( sapore e vogCon oggi sono 107 giorni che mi separano dal mio viaggio in Africa, eppure quando penso a Kinshasa mi sembra di non essere mai andata via. Riesco a ricordare ancora gli odori, la sabbia e l’aria nera, quella luce strana che ho visto negli occhi di ogni congolese che ho conosciuto e quel cielo così basso che di notte sembra voler abbracciarti per augurarti la buona notte . Eppure il mio arrivo a Kinshasa è stato traumatico! Volevo solo rimettere piede nell’aereo e tornare in Italia. Un aeroporto fatiscente, pieno di poliziotti con manganelli e mitra, quelle parole strane, una lingua incomprensibile. Neanche il tempo di capire dove sono che mi ritrovo senza passaporto e senza bagagli, vengo catapultata in una stanza piccolissima, piena di valige, alternate a galline e pulcini che fuoriuscivano da un piccolissimo buco e trasportate da un nastro trasportatore. Sembrava un girone dell’inferno dantesco! Raffaele continuava a ripetermi : non guardare nessuno, non parlare con nessuno, non ridere, rimani attaccata a me e spera solo che riusciamo ad uscire da qui! Dopo ore e ore di tensione e attesa, finalmente mi restituiscono il passaporto ed i bagagli, non prima di aver lasciato una lauta mancia ai poliziotti. Un poliziotto ci scorta fino a fuori all’aeroporto dove ci aspetta padre Macaire. Il tragitto fino alla missione degli oblati è interminabile, strade inesistenti, nessuna regola di guida, nessun segnale stradale. Automobili senza fari, senza frecce, senza finestrini, senza porte, senza sedili. Un'enorme strada infinita su cui scorrono fiumi lenti di persone. Ai bordi chilometri di persone a piedi e tanti bambini: che frantumano pietre, che puliscono scarpe, che vendono di tutto. Sembra un enorme mercato. Bastano due alberi e un filo per mettere su una bancarella. La strada è un susseguirsi di baracche colorate, tutte decorate a mano. In Congo tutto è diverso: il tempo scorre lento, tutto è regolato in base al nascere e al calare del sole, la gente è rassegnata ma, al tempo stesso speranzosa. Niente di tutto quello che abbiamo in Italia si può “incontrare “ in Congo, neanche la frenesia quotidiana che caratterizza la nostra vita, che spesso non ci fa avere neanche il tempo di guardare chi si ha di fronte e di dire “Ciao come stai?”. Nei miei sette giorni di vita congolese questo non è mai successo, eppure, loro avevano tanti motivi per non fermarsi ad augurarmi il buongiorno e chiedermi -come stai?-. Non c'è tempo per i nostri pensieri di bianchi, per le nostre poverissime categorie logiche, non c'è spazio, qui che di spazio ce n'è tanto. A kinshasa la vita è difficile e non perché i sogni non si avverano, ma perché, per molti, il problema non è cosa mangiare, ma riuscire a mangiare! Ed ecco che nei miei pensieri appaiono le immagini di alcuni bambini che mangiavano ciò che trovavano a terra, tra mosche, zanzare ed insetti, ammesso che ciò che c’era a terra fosse commestibile, oppure di quei bambini che per placare la fame mangiavano la corteccia del bambù, e ancora quel ragazzo di appena 15 anni che in mezzo ad un traffico indescrivibile di persone, macchine animali, caldo e inquinamento creato dalle auto che noi rottamiamo, trasportava a spalle quintali di legname e non aveva i soldi per comprare una bottiglietta d’acqua . A kinshasa spesso manca l’elettricità, l’acqua e niente di tutto ciò che abbiamo in Italia è lontanamente immaginabile, ma ciò che è grave è che a Kinshasa non esistono “diritti” non c’è il diritto di cittadinanza, il diritto alla salute , diritto all’istruzione. In Congo è tutto negato, spesso ai bambini viene negato anche il diritto a giocare e a sognare perché molti di questi bambini sono vittime di soprusi, abusi, violenze. A loro viene negata anche la loro infanzia! Ma, paradossalmente, Kinshasa mi ha dato tanto….ed io oggi sono una persona molto più “ricca” rispetto alla mia partenza per il Congo, ho riscoperto il piacere delle cose semplici che spesso diamo per scontate. Dal mio ritorno in Italia tante persone mi hanno chiesto di descrivere l’esperienza che ho vissuto, ma ogni volta incontro le stesse difficoltà. E’ difficile descrivere ciò che ho vissuto ma è ancora più difficile descrivere l’Africa perché l’Africa non è qualcosa che si può descrivere con le parole ma è l’esplosione di colori ed emozioni che provo ogni volta che penso a Kinshasa. Per questa bellissima esperienza devo ringraziare Raffaele , Elena ed il Rotary . Barbara Musciagli
28/12/2011